Qualche anno fa, durante una discussione sul folklore sardo, qualcuno mi ha interrotto a metà frase per dirmi: "Ma tu sei uno di quelli che vuole cambiare tutto." Non aveva ancora sentito la mia posizione. Non sapeva cosa stavo per dire. Aveva già deciso in quale cassetto mettermi. Ho finito di parlare lo stesso, ma quella frase mi è rimasta. Perché era esattamente il problema di cui stavo parlando: la categoria arriva prima dell'ascolto. Lo schema precede la realtà.
Non è un caso isolato. È un modo di stare nel dibattito che ha radici profonde.
All'inizio del Novecento, Alfredo Niceforo costruiva un sistema di classificazioni che pretendeva di spiegare i popoli attraverso categorie nette: civili e primitivi, evoluti e arretrati, razionali e impulsivi. Nel solco di quella impostazione si collocava anche Paolo Orano con la sua Psicologia della Sardegna, dove la società sarda veniva letta come un insieme di tratti psicologici collettivi, quasi naturali, quasi immutabili.
Oggi quelle teorie ci appaiono superate, ideologiche, profondamente segnate dal positivismo e da un'idea gerarchica della cultura. Ma il punto interessante non è il contenuto di quelle classificazioni. È la postura mentale che le rendeva possibili. Era uno sguardo dall'alto. Uno sguardo che semplificava il complesso. Uno sguardo che trasformava realtà stratificate in tipologie nette. Uno sguardo che divideva.
La storia culturale della Sardegna conosce bene questo tipo di approccio: essere osservati, descritti, incasellati, interpretati attraverso categorie decise altrove.
Oggi, naturalmente, nessuno parla più di "razze primitive". Eppure.
Nel folklore sardo convivono da anni due approcci opposti che si somigliano più di quanto sembrino. Da una parte il giornalismo che decanta tutto, sempre, senza distinzioni — ogni sagra è un capolavoro, ogni gruppo è custode dell'identità, ogni costume è autentico per definizione. Nessuna domanda, nessuna critica, nessuna curiosità reale. Solo celebrazione. È uno sguardo che protegge ma non capisce, che abbraccia ma non conosce.
Dall'altra parte, sempre più spesso, una critica che arriva da fuori — o dall'alto — con la stessa sicurezza di chi non ha mai messo piede in una sala prove, non ha mai sfogliato un archivio, non ha mai parlato con chi porta avanti questa tradizione da decenni. Una critica che arriva già con la sentenza pronta. "Il folklore è colonizzazione." "Chi partecipa è inconsapevole." "O sei resistenza o sei complicità."
Ho incontrato persone che dedicano anni a studiare le fonti, a rimettere in discussione le proprie pratiche, a dialogare con le comunità, a correggere errori fatti in buona fede. Persone che vengono liquidate con uno slogan da chi conosce l'argomento per sentito dire. Questo non è analisi. È pigrizia intellettuale con il vestito della critica.
Lo so per esperienza diretta. Chi mi conosce sa che scrivo da tempo sul folklore sardo, e che lo faccio cercando di stare dentro i fatti, le fonti, la complessità. Ebbene, nei propri spazi, una persona che frequenta gli stessi ambienti culturali e politici in cui mi muovo ha sostenuto che io, con i miei articoli pubblicati di recente, avessi trattato da vittimisti tutti coloro che scrivono di colonialismo in Sardegna. Non una critica agli argomenti. Non una risposta nel merito. Solo una classificazione: io come quello che vede vittime ovunque, e chi scrive di colonialismo come vittima mia. Due categorie, nette, distribuite senza leggere davvero quello che avevo scritto.
Quegli articoli sostenevano esattamente il contrario: che una parte della Sardegna aveva già smesso di aspettare, che stava costruendo autonomia culturale dal basso, con metodo e senza chiedere permesso a nessuno. Non vittime. Protagonisti. Ma evidentemente era più comodo classificare che leggere.
Viene in mente Orano. Quello stesso Orano che nella Psicologia della Sardegna catalogava i barbaricini come primitivi, incapaci di evoluzione civile, da comprendere e guidare dall'esterno. Quello stesso Orano che poi entrò a far parte del Partito Sardo d'Azione. Si può cambiare bandiera senza cambiare postura. Si può dichiararsi dalla stessa parte e continuare a classificare esattamente come prima. Il paradosso è che questa volta la classificazione non arrivava da fuori. Arrivava da dentro.
Del giudizio di chi fa questo — con tutto il rispetto — non vale la pena perdere tempo. Vale invece la pena nominare il meccanismo. Perché si ripete. E perché riconoscerlo è già una forma di igiene intellettuale.
E qui voglio dirlo chiaramente, perché mi sembra importante: nel folklore, anche quello più consapevole e rigoroso, si sbaglia. Si fanno ricostruzioni imperfette. Si prendono strade che poi si rivelano sbagliate. Si torna indietro. Si corregge. Fa parte del lavoro. Nessuno che operi seriamente in questo campo pensa di essere in possesso della verità assoluta. La differenza tra chi lavora bene e chi lavora male non è l'infallibilità — è la disponibilità a interrogarsi, a confrontarsi, ad ammettere i propri limiti.
Ma per fare questo serve un clima in cui l'errore sia correggibile, non punibile. Serve uno spazio in cui la complessità sia riconosciuta, non semplificata. Serve una critica che distingua tra chi non si pone domande e chi se le pone eccome, tra chi riproduce modelli turistici senza pensarci e chi lavora da anni per fare le cose diversamente.
Invece no. Si passa dalla celebrazione acritica alla condanna totale, senza fermarsi nel mezzo. Senza conoscere davvero. Senza frequentare il campo. Con la stessa sicurezza di Niceforo — cambiato il vocabolario, cambiata l'ideologia, identica la postura.
Non si tratta di negare che nel folklore esistano dinamiche di esotizzazione, stereotipizzazione o strumentalizzazione politica. Esistono. Vanno analizzate. Vanno discusse. Ma trasformare un campo complesso in un blocco omogeneo significa riprodurre, in forma diversa, quella stessa tentazione tipologica che la storia ci ha già mostrato.
Il folklore non è un'entità unica. È fatto di gruppi diversi, percorsi diversi, livelli diversi di consapevolezza, ricerca, contraddizione. Ci sono associazioni che riproducono modelli turistici senza porsi domande. Ce ne sono altre che fanno ricerca seria, dialogano con studiosi, rivedono ricostruzioni, discutono pubblicamente i propri limiti. Ce ne sono altre ancora che vivono tensioni interne tra autenticità, comunità, visibilità istituzionale. Ridurre tutto a "colonizzazione" significa negare questa pluralità. Significa togliere voce alle persone reali. Significa usare i soggetti come esempi di una teoria già decisa prima di guardare.
La storia della Sardegna dovrebbe renderci prudenti di fronte a ogni classificazione totale. Abbiamo già conosciuto cosa significa essere descritti per categorie rigide. Abbiamo già visto cosa produce lo sguardo che divide tra "evoluti" e "arretrati", tra "buoni" e "cattivi della tradizione". Oggi il linguaggio è cambiato. Le categorie sono altre. Ma la tentazione di semplificare resta — ed è sempre più comoda di quanto sembri.
Criticare è necessario. Decostruire è sano. Ma la critica diventa matura solo quando distingue invece di dividere. Quando conosce il campo di cui parla. Quando ammette i propri limiti. Quando non trasforma le persone in tipologie.
La domanda allora non è se dobbiamo criticare il folklore. La domanda è: con quale postura lo facciamo? Con la stessa onestà intellettuale che chiediamo a chi lo pratica? O con lo stesso sguardo dall'alto che abbiamo già imparato a riconoscere?
Perché ogni volta che la complessità viene ridotta a schema morale, qualcuno smette di essere un soggetto e diventa una categoria. E questo, in Sardegna, lo abbiamo già visto. E sappiamo com'è andata.
Andrea Locci
