Nicol non era tornata per il funerale di Ettore. Marco sì. Aveva gestito tutto: agenzia di pompe funebri, avvisi, rinfresco. Aveva fatto tre preventivi, scelto quello con il miglior rapporto qualità-prezzo, comunicato gli orari per iscritto a tutti i parenti. Marta, seduta in prima fila, non aveva pianto. Guardava la bara come si guarda un mobile da smontare.
Tre mesi dopo, quando Nicol mise piede nella villetta, trovò il vuoto. Marco aveva già venduto quasi tutto. «Era inefficiente tenere oggetti inutilizzati,» le aveva scritto via messaggio, due settimane prima. «Ti ho mandato l'elenco in allegato. Confermi di non volere niente?» Nicol non aveva risposto. Marta era in una RSA — la demenza l'aveva portata via prima del corpo. Restavano scatole di carte, mobili coperti da teli bianchi, e quell'odore di chiuso che hanno le case dove nessuno vive più.
Nicol salì nella sua vecchia camera. C'era ancora il poster dell'atletica leggera, sbiadito dal sole. E una scatola di cartone, chiusa con nastro adesivo ingiallito. La aprì. Dentro, tutte le sue medaglie. Bronzo, argento, oro. Regionali, nazionali. Vent'anni di podi. Lui le aveva tenute. Tutte. Nascoste, ma tenute.
Nicol sentì qualcosa stringerle il petto. Non sapeva se ridere o spaccare tutto.
La porta d'ingresso si aprì. Passi regolari, sempre alla stessa velocità.
«Sapevo che saresti venuta oggi. Hai detto 'prossime settimane' tre settimane fa. La media era questa.»
Marco. Quarantadue anni, capelli corti, maglione grigio identico a quello che portava a diciotto. Si guardarono.
«Sei arrivata tardi,» disse.
«Non potevo venire prima.»
«Non potevi o non volevi?» Lo chiese senza inflessione, come si chiede l'ora.
Nicol posò la scatola sul pavimento. «Entrambe le cose.»
«È una risposta onesta,» disse Marco. Si sedette sulla sedia della scrivania, quella dove si sedeva sempre, perché il bordo del letto aveva un'altezza che non gli era mai piaciuta. «Ha chiesto di te. Nei giorni prima di morire.»
Nicol non rispose.
«Lo sai che ero presente, vero? Quando avete litigato l'ultima volta.»
Nicol si voltò. «Quando?»
«Due anni fa. Ero venuto a trovare mamma. Voi eravate in salotto. Io ero in cucina. Ho sentito tutto.»
«Perché non sei uscito?»
«Non sapevo se era il momento giusto per entrare. Quando non lo so, resto fermo. Lo faccio sempre.»
Silenzio.
«Cosa hai sentito?» chiese Nicol.
Marco la guardò con la stessa espressione con cui guardava tutto — attenzione piena, senza filtro. «Eri in piedi davanti a lui. Lui seduto in poltrona, già malato. Respirava male. Gli hai preso la mano. Gliel'hai stretta forte. Poi hai detto che eri tu il figlio che voleva. Che eri l'unica con la sua stessa forza. Che avresti dovuto odiarlo ma non ci riuscivi, perché odiare lui significava odiare te stessa.»
«E lui?»
«Ha detto: "Sei uguale a me."»
«E io?»
«Hai detto: "No. Io non ho distrutto nessuno." Poi sei uscita. Lui è rimasto in poltrona. Io sono entrato dopo undici minuti. Gli ho chiesto se stava bene. Ha detto di sì. Poi ha detto: "Tua sorella è forte." Come se fosse una notizia che non sapeva dove mettere.»
«Non è venuto mai più a vedermi gareggiare,» disse Nicol. «Nemmeno dopo quel giorno. Nemmeno quando ho vinto i nazionali.»
«Lo so. Non è venuto neanche alle mie.»
Nicol lo guardò. «Alle tue cosa?»
«Alle gare di scacchi. Regionali under-18. Ho vinto tre volte. Non è mai venuto. Diceva che gli scacchi non erano uno sport.» Lo disse senza rabbia. Come un dato.
Nicol rimase in silenzio.
«Allora cosa cambia?» disse infine. «Ha tenuto le medaglie ma le ha nascoste. Mi ha riconosciuta, ma in privato. A cosa serve un riconoscimento che nessuno deve sapere?»
Marco ci pensò. Lo faceva sempre — una pausa vera, non di cortesia. «Credo che servisse a lui. Papà non sapeva gestire le cose che lo contraddicevano. Le nascondeva. Le medaglie. Te. Anche me, in un certo senso. Ma con me era diverso.»
«In che senso?»
«Tu lo contraddicevi perché eri troppo. Io lo contraddicevo perché ero sbagliato. Lui voleva un figlio maschio e gliene è capitato uno che non lo guardava negli occhi e non stringeva la mano nel modo giusto. Non sapeva cosa fare di me. Almeno con te capiva cosa stava perdendo.»
Nicol si inginocchiò accanto alla scatola. Prese una medaglia. Oro, campionato regionale juniores, 1989. La girò tra le dita.
«Io pensavo che se avessi vinto abbastanza, lui mi avrebbe vista. Non come la figlia sbagliata. Come quella che ce l'aveva fatta nonostante tutto.»
«E invece?»
«Invece più vincevo, più lui si vergognava. Perché ogni medaglia confermava che ero esattamente quello che non dovevo essere. Forte, testarda, libera. E lesbica.»
Marco annuì lentamente. «Eravamo entrambi difetti di fabbrica. Solo di tipo diverso.»
Nicol alzò lo sguardo. Era la prima volta in trent'anni che sentiva quella cosa detta senza pietà e senza dramma. Solo detta.
«Io sono rimasta a combatterlo,» disse. «Tu come hai fatto?»
«Non l'ho combattuto. L'ho catalogato. Era una persona con gravi limitazioni affettive. Lo trattavo di conseguenza. Era più semplice.»
«Più semplice o più doloroso?»
Marco ci pensò di nuovo. «Non lo so. Non sono sicuro di sentire il dolore nello stesso modo in cui lo senti tu. Ma la casa mi pesava. Pesava venirci. Pesava il modo in cui mi guardava quando non rispondevo come si aspettava.» Si fermò. «Anche questo è dolore, credo.»
«Sì,» disse Nicol. «Anche questo è dolore.»
Marco si alzò. Guardò la scatola, poi sua sorella. «Cosa farai con le medaglie?»
«Non lo so. Parte di me vorrebbe buttarle. Parte di me vorrebbe appenderle in salotto, fargli un altare, dirgli: guarda, stronzo, ce l'ho fatta. Ma è morto. E io sono ancora qui, con un padre che mi ha riconosciuta solo quando non poteva più farmi del male.»
«E mamma?» chiese Nicol.
«Mamma non ricorda più niente. A volte mi chiama col tuo nome. Io la correggo. Lei dice 'sì, sì' e poi lo fa di nuovo.» Una pausa. «Le ho detto che stai bene. Che vinci ancora. Non so se è la cosa giusta da dire, ma smetteva di chiedere.»
«Hai fatto bene.»
Marco si avviò verso la porta, poi si fermò con la mano sulla maniglia. Non si voltò. «Sai cosa mi ha detto papà, una settimana prima di morire?»
Nicol aspettò.
«Stava guardando fuori dalla finestra. Ho aspettato che finisse, perché interrompere non mi riesce bene. Poi ha detto: "Ho sbagliato tutto." Non so a cosa si riferisse esattamente. Non gliel'ho chiesto.»
«Perché no?»
«Perché era vero comunque. La risposta non cambiava il fatto.»
Uscì. I suoi passi nel corridoio erano regolari, sempre alla stessa velocità.
Nicol rimase sola. Guardò le medaglie sparse sul pavimento.
Si alzò. Prese la scatola. Scese le scale. Nel garage trovò il vecchio mobiletto di Ettore, quello dove teneva gli attrezzi mai usati. Aprì un cassetto. Dentro, polvere e chiodi arrugginiti. Ci mise le medaglie. Tutte. Chiuse il cassetto.
Non le stava nascondendo. Stava solo lasciandole dove erano sempre state: in una casa che non era mai stata casa, custodite da un uomo che non aveva mai saputo custodire nulla.
Uscì dalla villetta. Il prato era incolto, l'auto non c'era più.
Nicol salì in macchina. Partì senza voltarsi. Nel retrovisore, la villetta sparì lentamente…
